Facebook e’ un caso tanto interessante quanto originale.
La sua capacita’ viirale e’ impressionante, lo dimostrano la crescita esponenziale di iscritti e il traffico generato sul sito.
Sono appena tornado dagli States e devo dire che Facebook non mi pare sia più’ visto come come qualcosa di nuovo, e’ qualche tempo che non e’ più’ sulla cresta dell’onda – i tempi dell’enorme visibilità’ (gratuita) data dai media sono decisamente passati.
Qui a Londra l’esplosione di Facebook e’ stata un paio d’anni fa, non ho mai assistito a una diffusione cosi’ rapida di un servizio web e, nonostante questo, l’apertura degli uffici di Londra pienamente operativi risalgono solo a pochi mesi fa. Inoltre sono piuttosto disorganizzati e molto centralizzati negli U.S. – pare che non siano cosi’ smart nella gestione societaria “off-line” quanto lo siano (stati) nello sviluppo del sito online.
Per quanto riguarda i ricavi, il problema non e’ solo di Facebook ma di tutto il settore dei social network. Nessuno ha ancora trovato un modello di business vincente per sfruttare efficacemente l’enorme quantità’ di informazioni disponibili sugli utenti e il traffico generato.
Fino ad ora l’intento e’ stato quello di imitare il modello di Google, ma pare che la conversion delle keyword non sia lontanamente paragonabile. Ho notato che spingono molto i regali virtuali, ma questa e’ un’ulteriore dimostrazione che non sanno proprio da dove tirare fuori i soldi dagli utenti.
Personalmente credo che non si possa applicare un media model tradizionale a una piattaforma come Facebook, la strada da percorrere credo sia quella sia di sfruttare le potenzialite dell application di terze parti rafforzando le relazioni con i propri partner. Ci sono vari esempi di aziende che stanno ottenendo ottimi risultati con le loro application, senza essere necessariamente intrusive. (vedi TripAdvisor con la loro Cities I have visited application).
L’effetto coverflow non e’ di certo tra i miei preferiti, ma devo dire che l’uso che ne fa questo motore di ricerca non e’ affatto male. La ricerca e’ visuale ovvero ti fa vedere le preview dei siti trovati ancora prima di iniziare a navigarli.
Niente di rivoluzionario intendiamoci, ma mi piace la velocita’ a fluidita’ dell’interfaccia e soprattutot il fatto che mi permette di cliccare a colpo sicuro invece di cliccare su mille siti prima di trovare quello giusto.
Sono colpevole, lo ammetto. Sara’ una vita e mezzo che non aggiorno questo povero blog. Il problema e’ sempre lo stesso, penso a cosa scrivere mille volte al giorno, poi rimando, pospongo.
E’ questo il vero problema del ventesimo secolo che affligga l’umanità intera: procrastinare. Stephen Pressfield ha scritto un ottimo libro sull’argomento, The war of art da cui estraggo una breve citazione:
“There’s a secret that real writers know that wannabe writers don’t, and the secret is this: It’s not the writing part that’s hard. What’s hard is sitting down to write.
What’s keeping us from sitting down is Resistance.”
Noi italiani la conosciamo bene questa parola, procrastinare e’ una delle nostre attività preferite. Ce ne vantiamo, quasi.
E’ proprio questa una delle principali differenze che abbiamo rispetto agli anglosassoni. Loro discutono, stimano, pianificano e fanno. Noi ci fermiamo al primo step, perché discutere é di gran lunga la nostra attività preferita.
Quando ci sono riunioni che coinvolgono piu’ di 3 persone le mie palpebre ha la naturale tendenza a cedere.
Stamane solo una frase del Direttore Marketing mi ha svegliato:
Be true to yourself, always do what you enjoy, and just because someone disagrees with you it doesn’t mean you are wrong!
E cos’altro puoi fare se non annuire e dire sottovoce true… true…
L’ho provato ed é incredibile. Ti permette di muoverti con una naturalezza tale che non sei tu a comandare lui, ma é lui che ti porta dove vorresti tu. Come un partner in un ballo è capace di anticipare ogni tua mossa.
A chi chiede che cos’è viene recitata questa frase (che e’ anche la descrizione ufficiale del prodotto):
Ti senti libero, felice e a tuo agio. Hai la sensazione del terreno che si muove sotto di te, ma non lo stai toccando. E sei pervaso dal desiderio di andare da qualche parte. E mentre vai ti accorgi che stai sorridendo
Un invenzione del genere può nascere soltanto da un personaggio perlomeno “alternativo” come Dean Kamen. Storia interessante la sua. Fin da bambino ha sempre fatto solo ciò che gli interessava davvero, senza badare a ciò che andrebbe fatto. A 20 anni è’ già un milionario annoiato, si compra un’isola poi decide di inseguire un sogno. Investe oltre 100 milioni di bigliettoni verdi con l’intenzione di rivoluzionare il modo in cui muoversi.
La sua e’ una biografia interessante, quello che mi ha colpito di più é che quando decise di aprire un’azienda assunse solo ingegneri molto bravi che pero’ abbiano fatto grossi fallimenti. Questo perché’ sosteneva che chi ha fatto grossi fallimenti ha anche grosse ambizioni.
E mi sa che che un po’ di ragione ce l’ha.
Ah, una curiosità. Il nome originale dell’invenzione era Ginger. Il nome Segway deriva dalla parola italiana “segui” (la pronuncia e’ simile) ed é stato ideato da un’agenzia di comunicazione pagata oltre 20.000$ solo per il naming.
Tornando a Londra all’aeroporto di Stansted, mentre faccio la fila per il controllo passaporti noto un cartello e’ cambiato: “It is not allowed to use mobile phones at the checking desk“.
Fino a un mese fa se solo provavi a estrarre il diabolico “mobile phone” venivi cazziato all’istante, ora non si può’ più’ usare solo durante il controllo.
A parte che vorrei proprio vedere chi sta a parlare al telefono mentre il poliziotto ti guarda con aria sospettosa cercando di trovare una minima somiglianza tra te e la tua faccia di 10 anni fa che c’è’ sul passaporto.
Comunque ha proprio ragione quello che diceva:
Quando vuoi far rispettare un legge piazza un bel cartello.
Se uno non rispetta la legge, dagli una punizione esemplare.
Se dieci non rispettano la legge, fai finta di non vedere.
Se più di dieci non rispettano la regola, togli il cartello.
A quanto pare non siamo solo noi italianiacci a essere poco “polite” nell’uso del cellulare.