nfl.jpgCome da qualche anno a questa parte, l’eco d’oltreoceano per il più grande evento sportivo americano si sente anche in Italia.

Quest’anno il Superbowl l’hanno vinto i soliti Patriots, che così entrano a pieno diritto nella storia del football americano vincendo il terzo titolo in quattro anni.

La finale del “campionato” di football è considerato dalla maggior parte degli americani un evento molto importante, con grandi aspettative. Facendo un paragone con l’Italia, potremmo considerarlocome una finale dei mondiali di calcio, però fatta alla “loro” maniera. Il risultato è un evento spettacolare dove tutti gli anni i cantanti più famosi si ritrovano a dare spettacolo durante l’intervallo, stupende modelle si spacciano per tifose cheerleaders e l’audience televisiva schizza alle stelle, con conseguenti incassi da capogiro da parte dei canali televisivi.

Definirlo un evento sportivo è quindi davvero limitativo, forse evento mediatico sarebbe più corretto. Basti pensare che per accaparrarsi 30 secondi di spazio pubblicitario bisogna sborsare ben 2,4 milioni di dollari, e questo non basta per evitare che le corporation facciano a pugni per aggiudicarsi il proprio angolino.

Il Superbowl diventa così anche il più importante evento di marketing/advertising. Il giorno successivo infatti il quotidiano USA Today stila una classifica dell’indice di gradimento dei vari commercial.

Il protagonista al negativo di quest’anno è stato Napster, che con l’intendo di colpire al cure Apple e la sua invincibile accoppiata iPod/Itunes. Tentativo vano. La campagna che dovrebbe rilanciare il pioniere del peer-to-peer con un nuovo servizio di “noleggio musica” a basso costo, parte davvero male.