Jonathan Harris é una specie di mito personale per me. L’ho scoperto per caso un paio d’anni fa girovagando sui video di TED.com e da allora ho continuato a seguire tutti i suoi progetti.
E’ difficile descrivere cosa fa. Jonathan usa tecnologia, statistica e un pizzico di creatività per capire meglio le persone e come interagiscono tra loro. Ecco come lui stesso definisce il suo lavoro:
I make (mostly) online projects that reimagine how we relate to our machines and to each other. I use computer science, statistics, storytelling, and visual art as tools. I believe in technology, but I think we need to make it more human. I believe that the Internet is becoming a planetary meta-organism, but that it is up to us to guide its evolution, and to shape it into a space we actually want to inhabit—one that can understand and honor both the individual human and the human collective, just like real life does.
This is what I work to do.
Uno dei suoi progetti più interessanti é “We feel fine” in cui raccoglie dal web tutte le frasi che esprimono emozioni. Il software cerca a intervalli regolari tra i post personali pubblicati sui blog le parole “I feel” o “I am feeling”, per poi determinarne il sentimento associato (gioia o tristezza). Il software poi é anche in grado di identificare foto, età, sesso e la località dell’autore del blog – utile per dare un’identá al messaggio.
Il risultato é davvero interessante. Ogni volta che qualcuno “emette” nuove emozioni sul web, queste vengono catturate e aggregate dal sistema ottenendo cosi’ curiose osservazioni su come si “sente” il mondo. Sono più tristi le donne o gli uomini, gli inglesi o gli americani?
I lavoro di Harris dimostrano che combinare l’arte con la scienza può dare risultati stupefacenti e che il web ci mette a disposizione una mole incredibile di informazioni che con un po’ di analisi creativa, possono dirci qualcosa di piú sul mondo.
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